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Requiem for a (cinephile) dream

Il weekend che ha preceduto il ritorno alla normalità lavorativa, è stato dedicato al rirpistino delle attività sinapsiche dedite alla settima arte. La mia idnole pantofolaia mi ha portata, nel corso degli anni, a impigrirmi notevolmente, con chiari effetti dilanianti sulla mia passione cinefila.
Quindi, in ordine, durante il weekend ho visto:



Uno dei capolavori del genio miyazakiano (figlio), che anche se spesso indulge a bontà gratuite, qui ha superato se stesso.

Sempre a proposito di metafore, ho finalmente visto quel capolavoro di quel genio a cui si riferisce anche il titolo, ovvero l'ultima fatica di Darren Aronofski:


Chi meglio di lui poteva raccontarci la metafora della vita che nasce dalla morte? Chi meglio degli italiani presenti a Venezia poteva non capirci talmente una cippa da stroncarlo? Mah.

Che poi ad Aronofski io sono legatissima, non foss’altro perché Pi greco è stato il primo film visto a NY, al cinema Cornelia (quello dove andavano sempre quelli di Friends, per capirci).

Ma il requiem è dedicato indiscutibilmente alla più grande delusione cinematografica del 2007:



I francesi si drogano, ormai è assodato.

Ma come si fa a dare un premio a un mero exercise de style che avrei tollerato in un cinephile alle prime armi, ma non butto giù in uno come Gus Van Sant??

Benché ricordi molto l’impianto di Elephant, almeno quanto a montaggio e virtuosismi, qui Van Sant pecca di eccessivo autocompiacimento e fa delle sbrodolate che inficiano tutto il film. La macchina da presa che indugia sui movimenti del protagonista, a voler sottolineare il percorso emozionale dello stesso, se in Elephant era giustificata dal contesto narrativo, qui risulta del tutto fine a se stessa, per non parlare dei commenti musicali di Nino Rota che stonano, e non solo perché decontestualizzati, ma anche perché del tutto gratuiti e irritantemente leziosi.

Al termine della (fortunatamente breve) visione, quello che rimane allo spettatore è la certezza che a Van Sant i regazzini piacciono un casino.

Ieri invece è toccato a un film norvegese, sottotitolato, che se la prendeva con la civiltà ordinata e mediamente felice che soffoca la vita. Bello, siderale. Amo la cinematografia nordica.

Concludo rendendovi partecipi della mia nuova assuefazione alle boiate serial made in USA.



Ragazzi, questa è pestilenziale. E’ una minchiata clamorosa.

Mi piace.

Pubblicato il 7/1/2008 alle 14.44 nella rubrica Diario.

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