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You've got the style it takes
L'amore ai tempi del post-femminismo
post pubblicato in Cinema, il 2 settembre 2009
Vivere a Roma ha dei pregi incommensurabili, che perfino una pigra come me riesce a riconoscere. Non ultimo quello di permettere a chi vi abita di poter vedere i film presentati ai maggiori festival cinematografici (Cannes, Venezia, Locarno) subito dopo il loro termine.
500 days of Summer di Mark Webb ha aperto la rassegna helvetica e la prima serata di Piazza Vittorio ad essa dedicata.
Tom (Joseph Gordon-Levitt) è un giovane architetto tendente alla depressione e ormai disilluso dalla vita. Il che forse spiega perchè, nonostante la sua passione per il disegno e l'arte, si guadagni da vivere scrivendo frasi per i biglietti di auguri. Un giorno però la sua vita abitudinaria viene stravolta dall'incontro con Summer (Zooey Deschanel), la nuova assistente del capo. Summer è bella, dolce, intelligente, solare e un po' strana. Ai due non ci vuole molto per capire di avere così tante cose in comune -come l'amore per The Smiths- da essere fatti l'uno per l'altra. Peccato che mentre Tom vede già una vita fatta di mobili Ikea e pannolini, Summer sia molto determinata a non lasciarsi coinvolgere in una storia seria. E così trascorrono 500 giorni, fatti di amore, tenerezze, lacrime, abbandoni e ritorni, in cui Tom non perde la fiducia nell'amore neanche un secondo.
Un film fresco, intelligente, femminista al punto giusto (la protagonista ragiona da uomo), dove si ride dall'inizio alla fine.
Uscirà nelle sale italiane il 15 settembre col pessimo titolo "500 giorni insieme".
Magistra le l'incipit del regista.


My Blueberry Nights
post pubblicato in Cinema, il 21 marzo 2008

Un bel giorno qualcuno si degnerà di spiegare a me e a milioni di altre persone perchè in Italia ci si ostini a tradurre i titoli dei film, stravolgendone completamente il senso e la poesia (per non parlare del doppiaggio).
My Blueberry Nights, ultima fatica del regista hongkonghese Wong Kar-wai, letteralmente "Le mie notti al mirtillo" -titolo pressochè intraducibile- e tradotto in italiano con "Un bacio romantico", è una storia delicata e intensa su come la vita, semplicemente, accade, per quanto ci si possa sforzare di scappare o di nasconderci.

New York. Lizzie -una deliziosa Norah Jones- è stata appena lasciata dal fidanzato. Non riuscendo a rassegnarsi alla perdita, si precipita nel ristorante in cui l'ex era solito cenare e qui scopre, grazie al proprietario Jeremy (Jude Law), che ha un'altra donna. Se Lizzie è pragmatica e cerca sempre il senso di tutto, Jeremy è invece un'anima libera, che vive di sensazioni profonde, di fiducia nel prossimo e nel destino. Le sue metafore "culinarie" faranno vedere a Lizzie le cose sotto un'altra luce. Lizzie capisce allora che non può più rimanere lei, e parte per un posto lontano, in silenzio. Qua inciontrerà persone, anzi, personaggi, che in qualche modo le cambieranno la vita, ma ineluttabilmente sarà costretta a tornare.

Appena uscirà nelle sale, e mi raccomando a coloro i quali hanno la fortuna di vivere in città con cinema in lingua originale, vi consiglio di non farvi scappare questo gioiellino.
Kar-wai non si smentisce: il sapiente uso delle luci, il cromatismo estetizzante, il suo delegare ai toni di voce degli attori e ai lunghi silenzi il significato del film, rendono MBN una commedia leggera e allo stesso tempo intensa.
Non va ricercato il senso, verrà da sè. E fino all'ultimo fotogramma lo spettatore si domanderà chi, fra i due protagonisti, sia il vero sognatore e chi il vero pragmatico.
Un incitamento a vivere, ma anche a lasciarsi vivere, perchè non importa quanto ci voglia ad attraversare la strada, tutto dipende da chi ti aspetta dall'altra parte.

Voto: 9

We simply chose to forget
post pubblicato in Cinema, il 11 ottobre 2007

In barba alla mia laurea in storia del cinema, costata anni ed anni di lezioni di semiologia e visione di film russi di inizio Novecento, il mio film preferito rimane quello dei miei 15 anni, Come eravamo (The way we were) di Sidney Pollack (1973).
Metà anni Trenta, in un campus universitario statunitense. Katy Morosky (Barbra Streisand) è una ragazza ebrea militante nella Lega dei Giovani Comunisti, sciatta, bruttina, con una cesta di capelli crespi, sempre arrabbiata, sempre in prima linea contro le ingiustizie politiche e sociali. Hubble Gardner (Robert Redford) è l’esatto contrario: bellissimo, atletico, ricco, brillante, protestante. Un WASP della upper class, insomma. Se Katy è intransigente e chiusa, Hubble è invece solare, con quella scapestratezza tipica di chi sa di essere bello, ricco e intelligente. Ma non è la bellezza che colpisce Katy, bensì il talento come scrittore che Hubble dimostra di avere. Passano gli anni, e siamo a New York alla fine degli anni Quaranta. Katy lavora in una sala doppiaggio ed una sera, casualmente, incontra Hubble in un locale. Hubble è in divisa della marina, è bellissimo. E ubriaco. Katy gli offre ospitalità e fanno l’amore. E così inizia la loro storia. Hubble lascia la marina e, convinto da Katy, ricomincia a scrivere. Il suo romanzo –seguito della storia che Hubble scrisse ai tempi dell’università- ha un grande successo, tanto che i produttori di Hollywood vogliono che lui si trasferisca sulla West Coast a farne un soggetto cinematografico. Katy non vuole. Non vuole che l’arte diventi merce, non vuole cedere al ricatto del sistema. Ma Hubble la convince. Ed è l’inizio della fine. La California è la metafora del consumismo, di tutto quello che Katy detesta. Inoltre in California ci sono i vecchi amici di Hubble, quelli che deridevano Katy per le sue convinzioni. Katy soffre a stare lì, non ce la fa a rinnegare tutto. Non ce la fa a lottare da sola contro il maccartismo, contro le stupide idee liberali che stanno facendo sì che Hubble non sia più l’uomo di cui si è innamorata. Hubble la ama, ma sa che tra loro non potrà mai funzionare.
Come eravamo non è solo un film d’amore. E’ la metafora della vita, dei tempi che cambiano, degli ideali che invece di unire, dividono. E’ la storia di un grande amore, ma soprattutto di due persona così lontane e così vicine. C’è tutto: c’è la politica, la II Guerra Mondiale, Mussolini, Hitler, Stalin, il Maccartismo, la Guerra alle Streghe, Roosvelt. C’è l’intellettualismo squattrinato newyorchese contro la bella vita prezzolata californiana. E ci sono loro due: la bruttina rigida ma follemente innamorata, e il bellissimo scrittore che non riesce a non soccombere al sistema. C’è la storia della maturità di due persone, che pur amandosi non riescono a rinnegare fino in fondo le loro convinzioni e i loro stili di vita. Perché la realtà non è quella che si vede in tanti film. Non è vero che l’amore vince su tutto. E’ il sistema che, di solito -ahinoi- ha la meglio.

Luigi Comencini
post pubblicato in Cinema, il 6 aprile 2007
Oggi se ne va un altro esponente del cinema italiano: Luigi Comencini.
Classe 1916, fondò insieme a Lattuada e Ferrari la Cineteca Italiana di Milano, e con loro salvò pellicole considerate "scomode" dal regime fascista negli anni della Guerra (una tra tutte, lo spettacolare La grande illusione di Jean Renoir del 1937, film di forte coscienza antibellica).
Noto per aver diretto capolavori come Pane, amore e fantasia (1953) ed il suo seguito Pane, amore e gelosia (1954), conquistando così il titolo di "fondatore del neorealismo rosa", Luigi Comencini ha saputo per primo rendere omaggio in maniera delicata e vera ai bambini. Il suo cinema degli anni Quaranta è infatti all'insegna dell'indagine "pedagogica" su di loro, sui loro pensieri, sulle loro idee. E a me piace ricordarlo, oltre per lo sceneggiato televisivo Cuore (1984) che ha segnato la mia infanzia, per quello che a mio avviso è il suo capolavoro: Bambini in Città (1946).



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Al cinema
post pubblicato in Cinema, il 20 febbraio 2007
Premetto subito che a me le romantic comedies piacciono, o quanto meno mi divertono.
Ovviamente ce ne sono di intelligenti e di completamente stupide.
Tra le più intelligenti di tutti i tempi annovero l'immortale Harry ti presento Sally e quelle anni Cinquanta/Sessanta, tipo Ma papà ti manda sola?.
Sabato sera ne ho vista un'altra, alla quale mi sono accosatata con scetticismo e pregiudizio per molte ragioni, ma che si è poi rivelata una piccola perla di intelligenza ed ottima scrittura filmica:
Vero come la finzione di Marc Forster (che forse qualcuno conosce per essere il regista di Neverland), con Will Ferrel, Emma Thompson, Dustin Hoffman e Maggie Gyllenhaal.
Un analista contabile del Governo degli Stati Uniti, metodico e solitario, una mattina comincia a sentire una voce femminile che racconta la sua vita in dettaglio. La voce è di una scrittrice depressa, che non riesce a terminare il romanzo di cui lui è il protagonista. Quando questi sentirà che deve morire, farà di tutto per scovare la scrittrice e per far sì che la sua vita, finalmente resa completa dall'amore per una pasticcera sovversiva, continui...



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